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30/06/2005
Relazione di Michele Francalanci
Si può far corrispondere l’origine dell’idea di limite con i primi ricorsi al logos, alla ragione da parte dei savi ellenici. Già i pitagorici infatti cominciano a parlare del peras (confine, limite) come dell’antitesi positiva rispetto alla negatività dell’ apeiron (infinito). Da notare in prima istanza la diversa concezione di limite, di confine che si ha in antichità e quella dei nostri giorni dell’esistenzialismo. La corrente esistenzialista considera il limite come insufficienza e instabilità della natura umana, quindi con un’accezione decisamente negativa. Comunque non vi è dubbio sul fatto che l’idea di limite sia l’incipit per tutto il pensiero filosofico che si svilupperà col tempo. Si può ritenere il limite come il padre della filosofia, il quale prima mette dei confini alle certezze tradizionali (mito e poesia) criticandole alla luce della ragione, poi fa di tali confini dei punti stabili che però con l’avvento della filosofia moderna pian piano crolleranno, sotto i colpi del criticismo kantiano prima e del decostruzionismo nitzscheano-derridiano poi. Nell’antichità si rimane entro certi limes che danno sicurezza, si ha paura dell’ignoto. La figura di Ulisse rappresenta colui che osa sfidare le barriere, travalicare il confine, andare oltre l’umano, avventurandosi al di là delle colonne d’Ercole, come troviamo descritto in Dante.Il peccato dell’eroe però, bisogna precisare, non consiste tanto nel superare le colonne d’Ercole, quanto nel voler raggiungere gli antipodi (e dunque il Paradiso terrestre) da vivo. Allora il poeta intende dire che non è peccato la sete di conoscenza in sé, anzi è doverosa per i veri uomini, ma bisogna stare attenti a non varcare i limiti imposti, sia in termini di umiltà d’animo, sia in termini di rispetto della parola divina. In altre parole l’uomo in questo suo “viaggio” deve essere guidato dalla virtù... Qui è compresa pure la visione cristiana, che fa coincidere il limite con la dottrina del dogma, il limite imposto da Dio. E così Copernico, Galileo, Giordano Bruno trovano la loro strada sbarrata all’interno di una tale mentalità. Bisognerà aspettare l’illuminismo con i vari Voltaire, Kant & company e più concretamente forse il positivismo per un cambio di fronte. Superati i muri di un esagerato conservatorismo, odiernamente il limite si configura come una continua ricerca della frontiera ulteriore in tutti i campi, specialmente in quello scientifico. Estremamente attuali sono i diverbi riguardanti la procreazione assistita, che mettono sul banco degli imputati la scienza, della quale vanno definiti i confini, sulla base di valori morali che non possono essere ignorati. La questione è appunto bioetica. Oggi da un eccesso di chiusura si è passati ad un eccesso di apertura verso il nuovo. I limiti sono sforati, non ci si pongono più e questo genera di conseguenza instabilità e incertezza sempre maggiori. Si potrebbe allora dire che la crisi esistenziale di quest’epoca in cui viviamo nasca anche dal progresso illimitato. Non che il progresso sia di per sé negativo, è il compagno eccesso che lo rende tale. Praticamente qualsiasi concetto per positivo che sia se si trova nella stessa barca dell’eccesso è destinato al naufragio. Sembra dunque far proprio al nostro caso quell’abile “sociologo latino”- definito in termini moderni -, che porta come nome Orazio Flacco per trovare una soluzione, la via migliore: l’ “aurea mediocritas”. Dice l’esperto di morale nelle Odi: “Chi ama l’aurea via di mezzo vive sicuro, equidistante da uno squallido tugurio e da una reggia che gli susciti contro invidia.” La risposta all’illimitato progresso potrebbe essere quella di un recupero del passato, non passivo e conservatore, ma attivo e in grado di farsi organo consultivo precipuo, a mo’ dei senatori romani col re, della scienza e della tecnica. Il dilemma del limite non è di secondo piano e riguarda tutta la società occidentale, che se dovesse essere identificata con un dipinto sarebbe affiancabile a “Il grido” di Edvard Munch. Smarriti nel caos, senza valori, sembra avverandosi quanto profetizzato da Nietzsche. Siamo forse destinati ad una infinita ricerca, ad una infinita rincorsa, forse dell’infinito stesso, cioè di ciò cui non potremo mai arrivare, almeno entro i nostri limiti di esserci? La morte, quel finito così limitante che vorremmo eliminare, superare, il tentativo di trovare un elisir dell’eterna giovinezza che è pura favola, fantasticheria, contro-natura (sino alle frontiere della clonazione umana). Soprattutto però è la vecchiaia a darci fastidio e non solo quella. La sofferenza, il bene, il male, le questioni di teodicea… sono tutte situazioni-limite con le quali siamo costretti a confrontarci, a prendere posizione. Hanno un senso o sono semplicemente frutto del caso? Il mondo che abitiamo è meraviglioso e però estremamente complicato. E’ la meraviglia, dice Aristotele, che spinge l’uomo alla filosofia. Ci sono alcune cose che ci è dato di sapere, molte altre che sono dei misteri e che resteranno tali per sempre per la loro natura insolubile. Non bisogna cercare di stravolgere e di sfidare il mondo, ma cercare di rimanere nei limiti del possibile e consentito. Progredire sì, ma con ragione e saggezza.