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06/04/2005
Relazione di Michele Francalanci
"Insomma, Cosimo, con tutta la sua famosa fuga, viveva accosto a noi quasi come prima. Era un solitario che non sfuggiva la gente. Anzi si sarebbe detto che solo la gente gli stesse a cuore. Si portava sopra i posti dove c'erano i contadini che zappavano, che spargevano il letame, che falciavano i prati, e gettava voci cortesi di saluto. Quelli alzavano il capo stupiti e lui cercava di far capire subito dov'era, perché gli era passato il vezzo, tanto praticato quando andavamo insieme sugli alberi prima, di fare cucù e scherzi alla gente che passava sotto. [...] Dall'albero, egli stava delle mezz'ore fermo a guardare i loro lavori e faceva domande sugli ingrassi e le semine, cosa che camminando sulla terra non gli era mai venuto di fare, trattenuto da quella ritrosia che non gli faceva mai rivolgere parola ai villici ed ai servi. A volte, indicava se il solco che stavano zappando veniva diritto o storto, o se nel campo del vicino erano già maturi i pomodori; a volte s'offriva di far loro piccole commissioni come andare a dire alla moglie d'un falciatore che gli desse una cote, o ad avvertire che girassero l'acqua in un orto. E quando aveva da muoversi con simili incarichi di fiducia per i contadini, allora se in un campo di frumento vedeva posarsi un volo di passeri, faceva strepito e agitava il berretto per farli scappare." I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il nuovo millennio SULLA LEGGEREZZA "La mia operazione é stata il più delle volte una sottrazione di peso.", dice Italo Calvino nelle Lezioni Americane, riflettendo sulla sua complessiva attività di scrittore. La leggerezza viene considerata come il miglior viatico dall'autore perché "la verità della vita si sviluppi in tutta la sua ricchezza...", e nel testo é ravvisabile, nello stile del narratore, questo stesso carattere di "sufficienza", non tanto per la povertà di comuncatività del brano proposto, che anzi certo propone diversi aspetti "originali e interessanti", quanto piuttosto nella particolare terminologia usata. Sono da sottolineare parole quali "fuga", "gettava", "a volte"... che stanno chiaramente a simboleggiare caratteristiche della nostra società attuale: una società che "fuga", si sottrae alla pesantezza del vivere quotidiano, abbassa lo sguardo verso la terra, e "getta" qua e là occhiate fugaci, di un attimo. A regnare nei più è l'indifferenza, una sorta, anzi un vero e proprio egoismo ed egotismo, messo in evidenza con notevole acume da Erich Fromm nella sua opera più famosa: "Avere o Essere?". L'uomo rinuncia a pensare il dolore, se ne allontana, proponendo un atteggiamento che scansa il problema non affrontandolo, e con la forza dell'oblio, dimenticandolo. A questo proposito formidabile è la riflessione di Kundera sviluppata nel suo celebre libro "L'insostenibile leggerezza dell'essere": "Davvero la pesantezza è terribile e la leggerezza meravigliosa? Il fardello più pesante ci opprime, ci piega, ci schiaccia al suolo [...] Il fardello più pesante é quindi allo stesso tempo l'immagine del più intenso compimento vitale. Quanto più il fardello é pesante, tanto più la nostra vita é vicina alla terra, tanto più é reale e autentica." Vi é senza dubbio un valore importante della leggerezza, ma questa non può prescindere dalla pesantezza. Lo stesso Gesù Cristo vive prima la vita "vicino alla terra", portando i fardelli che questa comporta: la sofferenza, la passione, la morte in croce, dopo le quali può avvenire la resurrezione, dopo le quali può "ascendere al cielo con la leggerezza che viene da Dio", come dice Giuseppe Savagnone, "uno dei più conosciuti e profondi intellettuali cattolici del nostro tempo"(evangelizzare nella post-modernità, di Giuseppe Savagnone, editrice ELLE DI CI). E' lo Spirito Santo, analizzando il discorso dal punto di vista cattolico, a donare la leggerezza. Ma tale leggerezza non va interpretata come un qualcosa che "si allontana da", come un qualcosa di "morente", bensì come un qualcosa che "si avvicina a", e di "vivente". Un incontro. La leggerezza non deve essere distacco, ma amore, relazionalità, e non in un certo senso alterità, poichè non deve essere svuotamento ma ricchezza, e non vi é ricchezza se non nel vivere "la verità della vita". La "verità della vita" però é il dolore, se si intende per vita, la vita terrena, e allora un giogo, qualcosa di pesante. Si rende dunque necessario il suo alleggerimento. Importante é però il metodo con il quale si decide di alleggerirlo. Se l'alleggerire diventa indifferenza, non vive il dolore e quindi non vive la vita (per la sopra affermata equazione vita=dolore), ma se l'alleggerire diventa dono e vive il dolore, allora vive la vita nella sua pienezza e profondità. Inoltre il dolore non viene sconfitto dalla "leggerezza-indifferenza", bensì permane; solo una "leggerezza-dono" che accetta il dolore, la disgrazia lo sconfigge veramente. Una grande figura scomparsa recentemente, Giovanni Paolo II, impersona perfettamente il modello da imitare nel comportarsi di fronte alla difficoltà della vita, alla sua "pesantezza". La seconda riflessione di Calvino: "che la ricchezza del mondo non venga sperperata, ma organizzata e fatta fruttare secondo ragione nell'interesse di tutti gli uomini viventi e venturi" é certamente condivisibile, anche se non si riscontrano sul piano pratico tentativi di muoversi in questa direzione. La nostra società occidentale incarna l'esatto contrario di ciò che si proporrebbe l'autore. Consumismo sfrenato dettato certo pure dalla caratteristica focale della nostra economia di tipo capitalistico: siamo schiavi dell'avere. E qui si ritornerebbe inevitabilmente a disturbare Erich Fromm. Si potrebbe paradossalmente dire che, non siamo in quanto "essere", ma siamo in quanto "avere". Oggi una persona non é importante per quello che é, ma per ciò che ha, in base a ciò che possiede. Il giudizio non si esprime sull'essere di un "esserci" ("esserci" inteso come uomo in senso heideggeriano), ma sul suo avere. L'avere non dev'essere inteso necessariamente come qualcosa di materiale: basti pensare ai voti di scuola che sono essi stessi un avere e non un essere. Dando uno sguardo al testo, già la figura stessa di Cosimo che ama la gente, non la fugge, é testimonianza di quell'"organizzata" che usa Calvino nella sua risposta al periodico milanese "IL PARADOSSO". L'importanza dell'organizzazione é tutta nella sua immagine che passa "sopra i posti dove c'erano i contadini che zappavano [...] e gettava voci cortesi di saluto". Ancora quell'"andiamo insieme", significato di unità. Il fatto che passi pure negli orti dei vicini... Guardare il futuro, pensare agli altri e non solo a sé stessi, al presente: "di tutti gli uomini viventi e venturi". Vi é qui un forte messaggio di altruismo, in una società industriale che come diceva Spencer é caratterizzata dall'egoismo. Spencer inoltre aggiungeva, con una prospettiva di progresso l'arrivo ad una nuova società del futuro dove vi sia una sintesi, o meglio un'armonia di altruismo ed egoismo. Io gli rispondo: "Dipende. Il progresso, il futuro migliore... dipende tutto dal comportamento dell'uomo che ha la responsabilità di portatrlo avanti. Il futuro é sempre migliore? Io dico di no. Ogni epoca va valutata isolatamente. Per ogni età il giudizio é a sé stante.